Dubai nata sul crocevia tra Oriente -Occidente e tra Nord-Sud, rivendica oggi il titolo di centro del mondo. Dubai è un esperimento di salto immediato dal feudalesimo alla post-modernità.
Dubai è stata capace di reinventarsi a
ogni generazione, muovendosi dalla pesca delle perle al petrolio, poi al
trasbordo di merci, e più di recente all’avanguardia nelle infrastrutture, all’immobiliaristica,
al turismo e ai servizi, raddoppiando in estensione a ogni passaggio. La sua
popolazione è triplicata fra il 1968 e il 1975, raddoppiata tra il 1989 e il
2009 e sta raddoppiando nuovamente tra il 2009 e il 2020. In questa città si
amalgamano americani senza più fortuna a Wall Street, europei in cerca di tasse
più leggere, africani in fuga da povertà e dittature, indiani, russi e iraniani
con valige di soldi, camerieri filippini e imprenditori cinesi.
Dubai non trova la propria virtù nell’eredità
culturale bensì in un cosmopolitismo è privo di Stato e in una connettività
globale del tutto priva di ostacoli. Essere a Dubai vuol dire essere ovunque.
Dubai, in altre parole è la dimostrazione che sono le infrastrutture di livello
mondiale a fare la differenza tra l’occupare una posizione geografica
conveniente e diventare un hub globale.
Le infrastrutture, la posizione
geografica hanno però bisogno di una
gestione illuminata volta ad incentivare e creare le condizioni per le
aziende a investire. Un esempio eclatante il ZES finanziario di Dubai. Istituito nel
2004, il Dubai International Financial Centre (DIFC) è un quartiere di Dubai di 110
ettari (ZES : Zona economica Speciale) nonché uno dei maggiori hub finanziari
globali dei mercati di Medio Oriente, Africa e Asia sud-orientale.Il DIFC possiede
un sistema giudiziario, uno scambio finanziario globale ed un regime fiscale
favorevole indipendenti ed autonomi; ospita inoltre numerose aziende
finanziarie, tra cui fondi di ricchezza e investitori privati, ma anche diverse
multinazionali, esercizi commerciali, bar, ristoranti, spazi residenziali,
spazi verdi pubblici, hotel e gallerie d'arte.
Personalmente sono anni (ho vissuto a Dubai nel
2014) che ritengo che per superare il GAP che subiamo in certi settori (soprattutto
in ambito digitale) sarebbe importante creare delle zone ZES – Parchi tecnologici
/ Aree Cluster (sul modello francese e spagnolo) volte in primo luogo ad
attrarre investimenti esteri, progetti formativi (scuole-università-master
dedicati ed un ambiente attrattivo e le condizioni per la nascita di spin-off e
start up italiane realmente competitive sia in termini economici che di
competenze. Non entro nei termini degli altri settori, ma in ambito turistico
sarebbe oggi a mia opinione imprescindibile per ripartire superando il titanico
dislivello che oggi questo settore vive in Italia soprattutto sotto aspetto
digitale. So che alcune aree ZES sono state create in Italia, in alcune zone di
economia depressa del nostro paese, fatto di per sé positivo, ma a mia opinione
strategicamente poco interessante senza le infrastrutture di connettività
(treni, aeroporti, autostrade, offerta immobiliare ed infrastrutture digitali)
e formazione che queste operazioni in realtà richiedono. A queste condizioni simili
ai loro paesi molte OTA, bed bank che operano in ogni caso nel nostro paese, ma
senza creare reddito fiscale italiano potrebbero o sarebbero infatti tenute ad aprire
sedi italiane ed allo stesso tempo creerebbero l’ambiente per lo sviluppo di
spin off, start up e l’indotto economico necessario a creare connettività.

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