Obiettivi, Valori e Ideali per un Turismo Migliore in Italia

Obiettivi e Valori di Tourism4Italy

 L'intento di questa lista di obiettivi e valori strategici è migliorare il settore turistico italiano. Il motivo per cui li pubblico e ...

lunedì 15 marzo 2021

Un anno di pandemia! Sconfitta della politica e vittoria schiacciante per scienza, tecnologia e automazione!

 In realtà il 2020 ha dimostrato che l’umanità non è impotente di fronte alla pandemia, in quanto le pandemie non sono più forze naturali incontrollabili. La scienza ha vinto in quanto le ha trasformate in sfide gestibili. A fine 2019 i dottori hanno segnalato e lanciato l’allarme sulla nuova epidemia. I politici lo hanno sottovalutato! A gennaio 2020 gli scienziati non solo avevano isolato il virus, avevano sequenziato il genoma e avevano pubblicato le informazioni online. In meno di un anno sono stati prodotti in massa diversi vaccini efficaci. La Scienza Umana ha vinto.



In questo anno di pandemia è risultato evidente che ha vinto anche la tecnologia. In primo luogo la sorveglianza digitale ha reso molto più facile monitorare ed individuare i vettori della malattia, ha reso possibile una quarantena più selettiva e più efficace, ma soprattutto automazione e internet hanno reso praticabili soprattutto nei paesi ricchi i lockdown prolungati. Il lavoro agricolo e manifatturiero nel ultimo anno non si sono fermati in quanto è oggi praticata prevalentemente da macchine. La logistica è stata garantita da sistemi automatizzati di trasporto e l’ultimo miglio è stato garantito da un sistema di corrieri, fattorini e rider sul territorio, il tutto coordinato e reso possibile da internet. Nel 2020 l’economia mondiale non è andata in lockdown e in altre parole ha potuto continuare in quanto i prodotti industriali e agricoli erano fatti / gestiti da macchine ed il commercio globale ha continuato a funzionare perché coinvolgeva pochissimi essere umani. 

L’automazione e la digitalizzazione hanno avuto un impatto ancora maggiore sui servizi. Oggi molti di noi abitano due mondi, quello fisico e quello digitale / virtuale. Quando il coronavirus è circolato nel mondo fisico, la maggior parte delle persone hanno spostato gran parte della loro vita in quello virtuale e e-commerce / corrieri / fattorini / rider sono diventati per molti il filo rosso che ci ha mantenuti collegati con il mondo fisico. Nel 2020 aziende, scuole, chiese si sono spostati online e internet non solo ha retto il colpo, ma in sostanza ha vinto! Noi oggi sappiamo che anche un paese completamente bloccato con Internet va avanti!



L’anno del Covid ha però decretato la sconfitta della politica o meglio delle aspettative che abbiamo oggi nei confronti della politica. Non esiste un metodo scientifico per capire quali sono i valori più importanti, per decidere cosa fare, quando si deve decidere se imporre un lockdown, non basta capire quante persone si ammaleranno, quante persone cadranno in depressione, quanti studenti perderanno la scuola in presenza o persone perderanno il lavoro, quante persone entreranno in conflitto con i loro conviventi e tutto ciò che questo significherà per la nostra psiche e società. Chi decide che cosa conta di più? Questo è stato il compito dei politici più che degli scienziati. Sono loro che devono bilanciare tutte queste considerazioni sanitarie, economiche e sociali per elaborare una politica complessiva e per poterlo fare è diventata più legittima, più comune ed applicato il controllo di massa sia esso digitale o fisico che sia. Personalmente considero la conseguente perdita di libertà una prima sconfitta dei politici che invece dovrebbero tutelare la privacy e la libertà dei loro cittadini.

In secondo luogo è mancata una leadership, ma soprattutto ancora manca una cooperazione globale. La comunicazione ha permesso a tutti di vedere in tempo reale la diffusione del virus, è mancata completamente una linea globale. Gli scienziati per raggiungere il vaccino hanno condiviso i risultati. I politici non solo non sono riusciti a formare un’alleanza internazionale, accordarsi su un piano globale, hanno invece dato spazio ad accuse, manipolazione dei dati, fake news e guerre di propaganda! Non sono mancati momenti cooperazione, non è stato neanche tentato di mettere in comune le risorse disponibili volta a garantire un’equa distribuzione delle forniture.

I presidenti USA e Brasile hanno minimizzato il pericolo, si sono rifiutati di ascoltare gli esperti, non hanno fatto un piano di azione nazionale e hanno favorito la diffusione del contagio. Nel Regno Unito hanno dato priorità alle problematiche collegate alla Brexit. Israele malgrado fosse un paese insulare non ha imposto controlli e quarantene contenitive e oggi Usa, Israele e Uk a causa degli errori commessi sono in prima linea con vaccinazioni di massa.  Molti paesi insulari, ad es. Australia, Nuova Zelanda e Mauritius, hanno puntato a bloccare la diffusione del virus chiudendo confini e gli scambi, determinando effetti economici molto più consistenti. Molti paesi tra cui l’Italia hanno applicato lockdown generalizzati determinando una contrazione dei consumi senza precedenti. La sintesi è molto semplice, da un lato nessuna di queste scelte ha soddisfatto la base sociale degli stati di riferimento e il mondo si è sostanzialmente spaccato in doversi polarismi strategici su come affrontare la pandemia.

A questa situazione oggi tutti noi siamo messi di fronte a due fenomeni.



Il primo è che mentre gli scienziati creavano i vaccini, condividevano informazioni e arrivavano i risultati, la maggior parte dei governi, probabilmente troppo concentrati ad affrontare le problematiche quotidiane di tutta questa situazione, non stava pianificando logisticamente le vaccinazioni di massa. Solo ora ad esempio in Italia stiamo facendo accordi, individuando spazi e iniziando a in sostanza a pensare come realizzare quella che tutti sono convinti che possa essere l’unica soluzione per uscire da questa emergenza.   

Il secondo che oggi ennesima sconfitta della politica a favore della scienza, contrariamente a ogni logica globale, stiamo vivendo addirittura un nazionalismo vaccinale, come se questo potesse essere una sorta di vantaggio competitivo quando è scientificamente evidente che trattandosi di una pandemia, fino a che il virus continuerà a diffondersi, nessuno sarà al sicuro in quanto le varianti e nuove mutazioni del virus potrebbero rendere il vaccino completamente inefficace e quindi provocare una nuova ondata dei contagi.   

Bibliografica : Yuval Noah Harari 

martedì 5 gennaio 2021

Vaccinazione, immunità di gregge e tempi per il ritorno alla normalità

 Questo post ha molti intenti. In primo luogo dare un’idea dei tempi in cui si dovrebbe tornare alla normalità (fatto organizzativamente imprescindibile per il settore turistico), in secondo luogo trasmettere il concetto che ogni vaccino riusciremo a fare giorno per giorno in più è uno sforzo che potrebbe farci raggiungere prima la normalità e tutto ciò dovrebbe essere la priorità di tutta l'Italia. 

“L'immunità di gregge è un concetto che ha una solida base scientifica e fondamentalmente vuol dire avere un numero di persone immuni ad un'infezione sufficienti da garantire che una persona infetta non riesca a contagiarne altre. Dall'R0, ovvero dalla capacità del virus di diffondersi, dipende quante persone dovremmo vaccinare per avere l'immunità di gruppo. Nel caso del nuovo coronavirus si calcola come indice di sicurezza il 70% della popolazione. In Italia significa circa 40 milioni di persone", spiega poi all'Adnkronos Salute Giovanni Maga, direttore del laboratorio di virologia molecolare presso l'Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia.(ADNKRONOS)


Io non sono un virologo, ma per tentare di capire cosa succederà da sempre faccio proiezioni con i numeri. Questa mattina ho fatto quindi un esercizio matematico. Ho ipotizzato pertanto diversi numeri di vaccini giornalieri, partendo da 50 mila (sabato, domeniche e ferie comprese) ed arrivando a 250 mila vaccini giornalieri e ho capito una cosa importante.  




Se in Italia riuscissimo a fare 50 mila vaccini ogni giorno (media da cui siamo purtroppo molto lontani in questi primi 10 giorni) raggiungeremo la copertura della popolazione italiana a marzo 2024. L’immunità di gregge (40 milioni di persone – 70% della popolazione) invece a febbraio 2023. Ciò significa che giugno ‘21 saremo al 17,5% … settembre ‘21 al 25% … dicembre ’21 al 32,5% … a giugno ’22 al 47,50%, a settembre ’22 al 55% e dicembre ’22 al 62,50%.



Ho deciso quindi di essere progressivamente più ottimista, aggiungendo ai 50k originali progressivamente 25k e facendo le medesime proiezioni e sono arrivato alle seguenti conclusioni matematiche.

Per arrivare a una copertura vaccinale della popolazione entro il 2021 dovremo fare 150k vaccinazioni ogni giorno (sabato, domeniche e ferie comprese), ciò ci permetterebbe di raggiungere l’immunità di gregge ad inizio settembre 2021 … non raggiungendo fino a quella data la normalità a cui tutti auspichiamo.


Per raggiungere un’immunità di gregge prima di giugno 2021 (fatto imprescindibile per il nostro settore) i vaccini giornalieri (sabati, domeniche e ferie comprese) dovrebbero 200k (stiamo parlando dei vaccini dichiarati in Italia nei primi 10 giorni a partire dal tanto pubblicizzato V-day del 27 dicembre). Questa cifra ci permetterebbe inoltre di raggiungere a settembre 2021 la copertura della popolazione italiana.

L’ideale sarebbe però un ritorno alla normalità prima ancora (non è proibito sognare) e quindi ho fatto le proiezioni anche con i 250k vaccini al giorno (sabati e domeniche comprese) a metà maggio 2021 immunità di gregge e a luglio 2021 la copertura della popolazione.


Impossibile direte Voi … probabilmente si, sicuramente tutto ciò richiederebbe un impegno organizzativo senza precedenti. Oggi è il 5 gennaio e sappiamo che in Israele (1.220.000 (14,4% popolazione) vaccini dal 20 dicembre sono stati fatti e sono oggi a una media di 130k), USA hanno superato la media dei 300k giornalieri e che in molti altri paesi (China, UAE, Russia, Germania) stanno andando molto più veloci di noi.  

Globalizzazione, Connettività e Turismo

 Il mondo tende alla globalizzazione da sempre. Partendo da Alessandro Magno, passando per l’impero romano, la dinastia Song, i mongoli, i turcomani, i califfati arabi, gli imperi coloniali e la pax americana la tendenza storica è questa. La globalizzazione oggi sta favorendo un mondo multipolare di tante civiltà in cui continenti e regioni consolidano la propria coesione interna estendendo i propri legami esterni tramite la connettività e il commercio. L’egemonia è un concetto anacronistico in geopolitica, la guerra è sempre di più considerato un rapporto somma zero che penalizza la ricchezza e pertanto il benessere degli esseri umani.


Avere poco commercio è un problema molto peggiore di avere un commercio ingiusto, avere pochi accessi a Internet è un problema molto peggiore del digital divide, avere poca creazione di ricchezza è un problema molto peggiore delle disuguaglianze, avere pochi raccolti geneticamente modificati è un problema molto peggiore delle multinazionali agricole. Globalizzazione, connettività e commercio hanno portato un benessere mai vissuto prima dall’umanità, hanno migliorato la qualità della vita di miliardi di persone e anche se hanno reso inevitabile l’aumento delle diseguaglianze,  la verità è che oggi la qualità della vita di un povero europeo è molto migliore di un multi-miliardario di due secoli fa.

E’ pertanto vero che tutto ciò porta disuguaglianze e problematiche apparentemente oggi irrisolvibili, è vero che la società italiana è ancora caratterizzata da una staticità sociale che non favorisce il dinamismo, ma è altresì vero che stiamo vedendo la trasformazione di una diseguaglianza “cattiva” in una “buona” che in sostanza motiva e promuove l’impegno volto a migliorare. Questo trend è e sarà attuale fino a quando il nostro paese è e sarà nelle condizioni di competere con gli altri paesi, questa competizione impone infatti il diktat di dover imporre in maniera sempre più strategico i valori meritocratici che globalizzazione e connettività riconoscono come imprescindibili.

La competizione tra paesi nella nostra era non è più basata su egemonia. Non sto negando che terrorismo, invasioni, crisi nucleari e tragiche guerre siano ancora protagoniste della nostra epoca. Oggi però sono poche le società che stanno vivendo ancora questa fase, mentre tutte le società sono coinvolte in una sorta di tiro alla fune globale che si svolge all’intersezione tra geopolitica e geoeconomia, la guerra non è più pertanto bellica, ma basata sul commercio e l’accesso alle supply chain. Non è più quindi basata su conquista di territori, ma su flussi di denaro, beni, risorse, tecnologia, conoscenza, intelligenza e uomini. Tutto ciò è l’oggetto della competizione e l’obiettivo dei singoli paesi è quindi attirare e guadagnare la massima quota di valore dalle loro transazioni e movimenti.

E’ evidente che in un contesto in cui commercio, flussi denaro, connettività sono così strategiche il turismo collegato per sua natura con la movimentazione di persone, merci e denaro, connesso in termini industriali ad aviazione, ferrovie, navigazione e capacità di accoglienza non solo è uno dei settori più strategici su cui investire, ma è imprescindibile per lo sviluppo di quelle connessioni che stanno alla base di queste logiche competitive e non a caso uno dei settori in cui la maggior parte dei paesi stanno investendo maggiormente.    

Bibliografia : Parag Khanna - Connectography - Le mappe del futuro ordine mondiale

lunedì 4 gennaio 2021

Dubai e il ZES “Dubai International Financial Centre”

 Dubai nata sul crocevia tra Oriente -Occidente e tra Nord-Sud,  rivendica oggi il titolo di centro del mondo. Dubai è un esperimento di salto immediato dal feudalesimo alla post-modernità.

Dubai è stata capace di reinventarsi a ogni generazione, muovendosi dalla pesca delle perle al petrolio, poi al trasbordo di merci, e più di recente all’avanguardia nelle infrastrutture, all’immobiliaristica, al turismo e ai servizi, raddoppiando in estensione a ogni passaggio. La sua popolazione è triplicata fra il 1968 e il 1975, raddoppiata tra il 1989 e il 2009 e sta raddoppiando nuovamente tra il 2009 e il 2020. In questa città si amalgamano americani senza più fortuna a Wall Street, europei in cerca di tasse più leggere, africani in fuga da povertà e dittature, indiani, russi e iraniani con valige di soldi, camerieri filippini e imprenditori cinesi.

Dubai non trova la propria virtù nell’eredità culturale bensì in un cosmopolitismo è privo di Stato e in una connettività globale del tutto priva di ostacoli. Essere a Dubai vuol dire essere ovunque. Dubai, in altre parole è la dimostrazione che sono le infrastrutture di livello mondiale a fare la differenza tra l’occupare una posizione geografica conveniente e diventare un hub globale.



Le infrastrutture, la posizione geografica hanno però bisogno di una  gestione illuminata volta ad incentivare e creare le condizioni per le aziende a investire. Un esempio eclatante il ZES finanziario di Dubai. Istituito nel 2004, il Dubai International Financial Centre (DIFC) è un quartiere di Dubai di 110 ettari (ZES : Zona economica Speciale) nonché uno dei maggiori hub finanziari globali dei mercati di Medio Oriente, Africa e Asia sud-orientale.Il DIFC possiede un sistema giudiziario, uno scambio finanziario globale ed un regime fiscale favorevole indipendenti ed autonomi; ospita inoltre numerose aziende finanziarie, tra cui fondi di ricchezza e investitori privati, ma anche diverse multinazionali, esercizi commerciali, bar, ristoranti, spazi residenziali, spazi verdi pubblici, hotel e gallerie d'arte.

Personalmente sono anni (ho vissuto a Dubai nel 2014) che ritengo che per superare il GAP che subiamo in certi settori (soprattutto in ambito digitale) sarebbe importante creare delle zone ZES – Parchi tecnologici / Aree Cluster (sul modello francese e spagnolo) volte in primo luogo ad attrarre investimenti esteri, progetti formativi (scuole-università-master dedicati ed un ambiente attrattivo e le condizioni per la nascita di spin-off e start up italiane realmente competitive sia in termini economici che di competenze. Non entro nei termini degli altri settori, ma in ambito turistico sarebbe oggi a mia opinione imprescindibile per ripartire superando il titanico dislivello che oggi questo settore vive in Italia soprattutto sotto aspetto digitale. So che alcune aree ZES sono state create in Italia, in alcune zone di economia depressa del nostro paese, fatto di per sé positivo, ma a mia opinione strategicamente poco interessante senza le infrastrutture di connettività (treni, aeroporti, autostrade, offerta immobiliare ed infrastrutture digitali) e formazione che queste operazioni in realtà richiedono. A queste condizioni simili ai loro paesi molte OTA, bed bank che operano in ogni caso nel nostro paese, ma senza creare reddito fiscale italiano potrebbero o sarebbero infatti tenute ad aprire sedi italiane ed allo stesso tempo creerebbero l’ambiente per lo sviluppo di spin off, start up e l’indotto economico necessario a creare connettività.